.....Il suo sogno era diventato il sogno col quale avremmo suggellato il nostro amore...
Padre Enzo visto da Carlo e loia Paris.
Era l'anno 1994, nel mese di agosto Carlo e io ci recammo in Brasile a trascorrere le nostre vacanze.
Fu un bellissimo viaggio. Con noi c'erano Nicola ed Emanuela Binaghi e Danilo Cavazzana; Gianfranco Fior e Claudio Cristina,
nostri compagni di viaggio, ci salutarono appena giunti a Recife per raggiungere subito Tamandaré.
Gianfranco, Claudio e Danilo, amici di Padre Enzo da anni, ci proposero di andare a salutarlo e conoscerlo.
Da lì sarebbe poi partita la nostra meravigliosa avventura.
Dopo alcuni giorni di vacanza in splendide e candide spiagge, avevamo già fatto conoscenza con la povertà dei meninos.
Quegli occhi, quelle faccine, che ci guardavano mangiare e ridere, cominciarono a entrare nei nostri cuori e iniziammo
a cogliere i contrasti tra il mondo riservato ai turisti e la realtà della gente locale.
Finalmente arrivò il giorno della gita: l'appuntamento era a Palmares, a sud di Recife, a casa di un sacerdote brasiliano, Padre Guzmao.
Decidemmo di andare così, semplicemente, non immaginando che quel giorno ci avrebbe cambiato la vita.
Sì, perché da Padre Guzmao incontrammo Padre Enzo.
Padre Guzmao, capelli ricci e neri, occhi penetranti, ci aspettava assieme alla mamma anziana.
Ci fece vistare la sua chiesa e cominciò a raccontarci delle condizioni di vita dei suoi parrocchiani,
delle difficoltà di tutti i giorni, della scarsità di mezzi a disposizione.
Poi a casa sua per il pranzo. Finalmente arrivò Padre Enzo.
Quando lo vedemmo non ci diede affatto l'impressione che fosse un prete: jeans, una maglietta bianca, sandali, i capelli brizzolati,
alto, magro, un viso molto bello.
Intorno a una tavola sicuramente molto ricca, Padre Enzo sembrava quasi a disagio: un po' corrucciato, scontroso, polemico.
Parlammo della situazione politica in Italia, apparve tutta la sua vena polemica, conflittuale.
Ci parlò di quanto tutto ciò fosse lontano dai suoi problemi, dalla necessità di salvare la vita, materiale e spirituale,
dei suoi parrocchiani, delle resistenze che incontrava da parte di alcune istituzioni locali.
Ci disse che a Tamandaré, per lunghi 18 anni, non c'era più stato un parroco: quello di prima era stato fatto uccidere da alcuni latifondisti
per aver difeso i diritti dei tagliatori di canna da zucchero. La canna da zucchero: la vita in quel posto era scandita dai suoi due tagli stagionali.
Da una parte i latifondisti che per necessità di trovare mano d'opera stagionale a basso costo facevano del tutto per impedire che i lavoratori
si emancipassero, dall'altra uomini e donne senza speranza, spesso analfabeti, costretti a vivere ai limiti della schiavitù e per i quali l'alcool,
la prostituzione e spesso la droga erano l'unico modo per sopravvivere.
Contro tutto ciò lui stava portando avanti la sua battaglia, aveva deciso di ricominciare, anche se sapeva che la sua vita sarebbe stata in pericolo.
Aveva deciso di ricostruire la chiesa, aveva convinto una amica architetto a fargli il progetto gratis, aveva comprato del materiale.
Sembrava animato da una grande forza: era l'amore per Dio e per la sua gente.
Quando ne parlava, in quell'italiano ormai pieno di verbi e parole portoghesi, la sua scontrosità scompariva, tornava dolce, sorridente.
Ci disse che accanto alla chiesa avrebbe voluto costruire un campo di pallavolo per togliere i ragazzi dalla strada ma gli mancava la rete.
Non ci fu bisogno di guardarci: noi, Nicola e Danilo avemmo lo stesso pensiero, sul tavolo apparve d'incanto il necessario per la rete.
Padre Enzo rimase colpito e si interessò a noi e alle nostre storie.
Ci ascoltava dimostrando un sincero interesse, in particolare quando parlammo del nostro progetto di matrimonio.
A novembre ci saremmo sposati e da tempo stavamo pensando come restituire al Signore la fortuna che stavamo vivendo.
Non più diciottenni squattrinati, avevamo già le nostre casine da single con tutto il necessario per "mettere su famiglia"
e pensavamo di realizzare una "lista di nozze" diversa dal comune, lontana dal superfluo.
Sapevamo che i nostri amici avrebbero comunque avuto piacere di farci un regalo e allora decidemmo che questo qualcosa sarebbe stato
destinato a qualcuno meno fortunato di noi in modo che potesse condividere la nostra gioia.
Entrambi, Carlo e io, uniti dallo stesso valore "gli altri", avevamo due idee differenti su una possibile azione benefica.
Carlo - forse anche perché ne aveva già a suo tempo beneficiato e quindi, più di noi, ne percepiva meglio gli effetti - era indirizzato
alla costituzione di una o più borse di studio. Lui credeva meno alla beneficenza, insisteva sulla formazione, magari in medicina,
per dare un effetto moltiplicatore e replicabile attraverso l'azione e l'esempio del medico.
Io, al contrario, mi preoccupavo più del sostentamento primario dei bisognosi. Come decidere? Cosa scegliere?
Fu così che Padre Enzo, secondo la sua modalità che definiremmo pragmatica e diretta, - senza dirci nulla, ovviamente - decise di "venirci in aiuto" e ci
invitò a seguirlo per portarci a conoscere la sua Missione a Tamandaré.
Per strada ci disse: "Come si fa a pensare a delle borse di studio per universitari quando qui i bambini muoiono e non so neanche come farli
arrivare ai primi anni di scuola? Il mio obiettivo è quello di strapparli alla morte, alla strada, ai vermi che mangiano il pancino.
Se avessi l'opportunità di prendere in cura un bambino per famiglia, dove mediamente ce ne sono sei di bambini,
potrei avvicinare i loro genitori, dar loro un pasto caldo al giorno, alfabetizzarli, ridare loro la speranza di imparare,renderli autonomi".
Noi silenziosi ad ascoltarlo, mentre il pulmino avanzava su quella strada sconnessa verso Tamandaré.
La sensazione che fosse l'uomo più amato della Missione si produsse non appena arrivammo: Padre Enzo fu immediatamente circondato e
abbracciato da un nugolo di bambini! Tutti coloro che lo incontravano lo salutavano con quel sorriso che fa trasparire non solo affetto
ma anche sincera stima.
Quella che si può guadagnare solo con le azioni. Padre Enzo dimostrava loro quotidianamente l'amore e la dedizione che aveva nei loro confronti:
erano diventati la "sua gente", la "sua nuova famiglia" con la quale divideva tutto Visitammo la chiesa, bianca, pulita.
Per risparmiare, le finestre erano state sostituite con delle composizioni di mattoni traforati che lasciavano filtrare la luce:
"Tanto qui non fa mai freddo...". I lavori dovevano essere ancora finiti, poi ci sarebbe stata l'inaugurazione.
Con semplicità ci illustrò le molte cose che era riuscito a fare fino a quel momento e quelle che aveva in animo di realizzare
non appena fosse riuscito ad averne i mezzi.
Ci raccontò molto della sua attività, con un'energia, una gioia e una fiducia nel futuro che mai avevamo visto in qualcun altro prima.
Tutte le volte ringraziava Dio.
Infine ci parlò del suo sogno: costruire una Crèche per poter accogliere i bambini più bisognosi della sua Missione.
Sostenerli nell'igiene e nell'alimentazione e al contempo fornire loro le basi per poter frequentare una scuola in futuro.
Ci portò a vedere il terreno dove pensava di edificarla: un acquitrino, tra le capanne di foglie intrecciate con fango.
Ci portò a visitare l'interno di quelle capanne. I bambini ci circondavano, erano felici, ci chiedevano solo una caramella
per toccare il cielo con un dito.
Grandi occhioni scuri, sdentati, belli panciuti, biondi tutti ricciolini.
"Quando vedete le pance gonfie - ci disse Padre Enzo - hanno infezioni e vermi, quelli biondi soffrono di vitaminosi...".
Come si fa a rimanere indifferenti di fronte a queste scene? O scappi o decidi di fare qualcosa...
Lui sì, aveva già deciso: avrebbe loro dedicato la sua vita. Lui ormai viveva per loro, ne conosceva i nomi, le storie, uno a uno.
Si privava di tutto per loro. Aveva appena vinto una televisione a una lotteria e l'aveva subito rivenduta per destinare il ricavato ai suoi bambini
"A me non serve, non la vedo mai".
Ci portò a visitare San Pedro, la chiesetta dei pescatori, l'altra comunità povera da curare: "Ora è chiusa, ma la restaurerò e l'aprirò".
Era sulla spiaggia tra le palme, pochi passi la dividevano dall'acqua.
Quando uscimmo, il mare, il suo mare, era davanti a noi. La fede in Dio era davanti a noi, e Padre Enzo ne era una espressione pura, un miracolo vivente.
Carlo e io capimmo che Padre Enzo aveva fornito la soluzione al nostro quesito: il suo sogno era diventato il sogno col quale avremmo
suggellato il nostro amore. Addirittura, proposi a Carlo di sposarci lì da lui, tanto ci aveva stregati...
Ci appariva, nella sua semplicità, un nuovo S. Francesco; non cercava né onori né riconoscimenti, sembrava lo sostenesse solamente
il suo amore per Dio e per quelle persone.
Padre Enzo ci dette la sua benedizione, davanti a Dio lui ci aveva già sposati con quel gesto.
Il matrimonio quello vero, per amici e parenti, lo avremmo celebrato poi a novembre.
Tornammo in Italia e, con l'occasione del nostro matrimonio, creammo una lista di nozze dedicata all'asilo di Tamandaré e aprimmo
il primo conto corrente "il fondo Paradiso", presso il Credito Italiano.
Non ci fu bisogno di convincere nessuno, la provvidenza di Dio ci aveva già pensato, poco a poco si addensarono tantissime offerte.
Fu così che ponemmo "la prima pietra" per la costruzione dell'asilo: l'ammontare raccolto come regali di nozze diede l'avvio ufficiale
alla raccolta per la realizzazione della Crèche. Il seguito lo conoscete.
La benedizione che Padre Enzo ci diede in quell'occasione, le lettere che ci scambiammo in seguito,
rimarranno nei nostri cuori per sempre, una parte delle fondamenta su cui poggia il nostro matrimonio.
L'asilo di Tamandaré non lo dimenticheremo mai, fa parte della nostra storia: le nostre bambine sono cresciute sentendo raccontare la storia di Padre Enzo.
Non lo dimenticheremo mai, fa parte della nostra storia, è entrato nel nostro DNA, ha rappresentato il nostro riavvicinamento a Dio.
La sua morte non la dimenticheremo mai, è stranamente coincisa con la realizzazione di questo progetto come un premio che
il Signore abbia voluto concedergli per promuoverlo accanto a se, per sempre, da dove ci guarda e ci vuole bene.
Ciao Padre Enzo, e grazie di tutto, un giorno ci rivedremo.
Ioia e Carlo